Riflessioni…linguistiche

Navigando nella rete, con la barra del timone sulla rotta degli interessi letterari, mi sono imbattuta in un video di Rai Edu, relativo all’intervento di Erri  De Luca nel contesto del Festival delle Letterature 2012.

 

Lo scrittore napoletano legge l’inedito “Il libro deve essere vento“, lettera ad un giovane che si voglia cimentare nella scrittura. L’argomento dà l’avvio a riflessioni sui valori della letteratura. Tra l’altro invita l’aspirante scrittore a percorrere il vocabolario ”come un campo per riscoprire il brulichio delle specie viventi” perché “le parole del vocabolario sono conchiglie, sembrano vuote, ma dentro ci puoi sentire il mare”.

 

Joan Mirò – pesce che canta

 

Le parole sono diventate obsolete, incapaci di evocare suggestioni, di comunicare.  In esse non percepiamo più la storia e la cultura di cui sono state e sono espressione.

 

Invece di nascondere il vuoto di contenuti con l’ampollosità espressiva o con linguaggi tecnici, dovremmo fare nostro l’invito dello scrittore, non solo nel campo letterario, ma anche nella quotidianeità.

 

Usare le parole, consapevoli della loro forza, come strumenti veri di comunicazione, non soltanto con funzione fatica, per un contatto superficiale, come quando ci incontriamo con sconosciuti in ascensore.

 

Comunicare vuol dire aprirsi agli altri, avviare uno scambio osmotico di emozioni e di esperienze e il principale mezzo di comunicazione è la parola.

 

La sua potenza è stata riconosciuta fin dall’antichità. Gorgia ne ha tessuto un elogio bellissimo. ”La parola è un grande dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere: riesce infatti a calmare la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia , e ad aumentare la pietà ( …) gli ispirati incantesimi di parole sono apportatori di gioia. Liberatori di pena”. [trad. G. Giannantoni]

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