Come la mente ci rende timidi – parte seconda

alla prima parte

 

Non bisogna confondere il sistema di credenze con l’ intelligenza, infatti esso non è indicativo del quoziente di intelligenza, possono esserci persone con alto livello di intelligenza ma con un sistema di credenze poco articolato e viceversa.

 

Le credenze sono una rappresentazione della realtà, sono un sistema di ipotesi su come funziona il mondo, è conoscenza intesa come un insieme di informazioni che possono essere esplicite e non, che si presentano attraverso modalità figurative, emozionali, esperienze motorie, consapevoli e non, verbali e non; in sintesi informazioni acquisite attraverso una pluralità di modi.

 

I problemi sorgono quando il sistema di schemi non riesce ad accettare le invalidazioni, questo avviene perché ha difficoltà nel sostituire i modelli andati in crisi e quindi, si viene a trovare in una condizione di totale incertezza: l’ipotesi che aveva sviluppato risulta errata e non individua un’idea alternativa che la possa sostituire.

Joan Miro – costellazione stella del mattino

L’invalidazione, di per sé, è la perdita di certezza di una credenza, non propone una nuova credenza, un’alternativa, né opera degli aggiustamenti, correzioni del modello, annulla semplicemente quella che c’era creando un vuoto interpretativo delle cose, è compito del sistema formarne un altro.

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Come la mente ci rende timidi – parte prima

 

La timidezza ha una propria condizione mentale, varia da soggetto a soggetto, ma si muove in un alveo abbastanza caratterizzato e determinato.

 

Quando si trova a vivere delle circostanze che lo mettono in apprensione, la mente dell’individuo timido è percorsa da pensieri e considerazioni relative a diversi aspetti correlati: l’esito, sempre negativo, dell’azione che si sta per svolgere e le conseguenze che ne possono derivare, sia come ritorno d’immagine, sia in termini di effetti materiali; il vaglio delle proprie capacità o abilità nel vivere quella data situazione; il modo di percepire l’altro o gli altri soprattutto riferito a come questi possano valutarlo.

 

La risposta che deriva da questa attività pensante muove in tre direzioni: emozionale come l’ansia, la paura, la vergogna; fisica come il rossore, la sudorazione, le sensazioni viscerali; comportamentale che riguardano le azioni che vengono poste in atto come strumento di soluzione alle altre due risposte.

 

Boetti Alighiero – mettere al mondo il mondo

 

I cognitivisti sostengono che l’uomo, nel relazionarsi con gli altri, con il mondo circostante e per definire tutti quei comportamenti necessari alla sua sopravvivenza, ha bisogno di avere dei modelli di conoscenza che gli permettono di raggiungere gli scopi che si prefigge.

 

L’insieme degli scopi costituiscono il sistema di motivazioni dell’individuo, a partire da quelli innati come quello riproduttivo e dell’alimentarsi, fino a quelli relativi al miglioramento della propria condizione sociale, culturale, materiale, dei momenti contingenti.

 

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Sei timido?

 Molte persone timide evitano di esprimere proprie opinioni, tanti temono di essere giudicati male, alcuni ritengono di non avere le giuste qualità o competenze, altri pensano di non averne diritto, certuni credono in tutte queste ragioni. Il problema sta nelle convinzioni del loro io interiore, credenze che si sono radicate e rafforzate nel tempo, ma che esprimono false verità che allontanano il soggetto dal mondo reale: purtroppo chi è oppresso dalla timidezza o dall’ansia, non ha coscienza di tutto ciò. Cosa posso dire a te che fluttui in queste condizioni? Per ora ti invito a trovare idee alternative alle tue convinzioni: medita sul valore e il contenuto dei pensieri negativi che ti passano per la mente.

 

Le capacità nel fare le cose si acquisiscono con l’esperienza, con l’esercizio, tanto esercizio e con la volontà. Non si nasce timidi, non si nasce fobici, non si nasce cretini, non si nasce ebetici e non si nasce paurosi, ci si diventa per via delle circostanze della vita, ma si può anche diventare altro, cambiare.

 

Paul Delvaux – il dialogo

Qualcuno è dotato di grande dialettica (che si acquisisce solo con l’esercizio al confronto) e riesce ad avere ragione anche quando, in realtà, ha torto marcio.

Qualcun’ altro si impone con l’arroganza, alzando la voce o impedendo agli altri di esprimersi con interruzioni continue  o con frasi del tipo “non capisci niente”, in quest’ultimo caso, non abbiamo di fronte uno che si fa rispettare, ma uno che non sa né rispettare, né accettare un vero confronto, uno che ha dei problemi.

Io sono abituato a confrontarmi con le persone ed ho imparato anche ad accettare le critiche ed a rispettare anche quelli che non la pensano come me (anche se in questi casi ognuno poi resta della propria idea). Ci sono molte persone che mi apprezzano, ma anche altre che non mi apprezzano affatto, ma queste cose fanno parte della vita.

 

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Cos’è il dominio personale

Il dominio personale è tutto ciò per il quale si manifesta un proprio coinvolgimento, indipendentemente se l’oggetto sia cosa fisica o immateriale.

“Il centro del dominio personale è costituito dalla concezione di se stessi, dei propri attributi fisici e delle caratteristiche personali, dei propri scopi e valori. Attorno alla concezione di sé molto non gli oggetti animati e inanimati nei quali un individuo ha investito una parte di se stesso.” [A. T. Beck, principi di terapia cognitiva, 1976]

Le componenti principali di un dominio personale comprendono le figure familiari, amicali, i beni materiali. Altre componenti riguardano elementi di un certo livello di astrazione quali possono essere il gruppo di appartenenza sociale, gli ideali etici, e altre cose del genere.

Il dominio personale può essere suddiviso in due settori principali, l’individualità e la socialità. Ciascuno di essi ha, poi, una sfera privata e una pubblica.

La socialità riguarda gli scopi e il lavoro che viene svolto per raggiungerli, ambedue necessitano delle relazioni con altre persone. La relazione interpersonale è una condizio sine qua non.

L’individualità riguarda, invece, atteggiamenti, valori e obiettivi riguardanti l’identità personale, l’indipendenza e la padronanza.

dell’uguaglianza sociale

Non sono forse tutti gli uomini e le donne di questo pianeta esseri umani? In quanto tali non hanno diritto alla medesima certezza di godere della vita e delle opportunità materiali ed esistenziali che essa può produrre, ciascuno secondo la propria indole, cultura e costume?

Quando si differenzia il reddito delle persone in relazione alla loro attività lavorativa e del ruolo che essi svolgono, si afferma implicitamente il principio della disuguaglianza civile e umana.

Si afferma l’idea che nella società umana debbano esserci persone che hanno il diritto a un alto tenore di vita, e persone che non hanno questo diritto, cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Una società che voglia affermare l’uguaglianza civile deve innanzi tutto realizzare l’uguaglianza di reddito: non il diritto “a” ma la certezza “di”.

Penso ad una società in cui tutte le persone hanno il medesimo tenore di vita indipendentemente dal ruolo sociale che essi svolgono nelle attività produttive.