Può il tempo presente essere quello giusto visto nel presente?

Per me il tempo presente non è il momento giusto o opportuno, nemmeno sbagliato o inopportuno; è semplicemente l’istante esatto in cui stai vivendo. Non è, né giusto, né opportuno.

 

Il tempo presente non ha alcuna qualità, così come non l’hanno nemmeno il tempo passato o quello futuro. Il tempo non è un contenitore di valori. È solo l’inquadramento di uno o più momenti determinati in cui accadono degli eventi cui l’uomo da valore. Ma il valore, il contenuto, non appartiene al tempo, bensì all’evento.

 

Quando dico che bisogna ancorarsi al presente, è perché si può essere realmente presenti solo nell’istante in cui l’evento o gli eventi stanno accadendo, non prima e non dopo. Nel prima stai per essere, ma non sei; nel dopo sei stato, ma non sei.

 

 

Dalì - persistenza della memoria

Dalì – persistenza della memoria

 

Vuoi vivere senza inseguire?

 

Devi lasciare il passato a se stesso.

 

 

 

 

Diverso, però, è il rapporto col futuro.

 

Secondo alcuni, non abbiamo un buon rapporto col presente perché ci consideriamo eterni. Io, invece, penso che semplicemente supponiamo di poter vivere oltre l’istante presente. Del resto, se così non facessimo, saremmo prigionieri del presente, quindi non ci sarebbe semina e nemmeno il futuro dell’uomo.

 

Dobbiamo vivere il presente, non solo per il presente, ma anche per avere un futuro.

 

Il tempo considerato come momento opportuno, ha senso solo se il tempo è una nozione cronologica e quindi fisica. Infatti, perché un momento sia opportuno, è necessario che l’evento in esso contenuto sia valutabile.

 

Solo in tal caso possiamo prevedere le stagioni, la produzione, i comportamenti seguenti agli eventi, le conseguenze e le implicazioni. E possiamo prevedere queste cose perché esiste il passato, cioè, un insieme di tempi presenti che si sono succeduti e durante i quali si sono verificati degli eventi che costituiscono la nostra conoscenza o esperienza.

 

Solo in funzione dalla nostra capacità di previsione, possiamo cogliere il momento opportuno nell’istante presente.

 

Questo ragionamento vale anche per l’incontro. L’incontro, di per sé, non ha una valenza positiva o negativa, acquisisce una valenza solo in ragione di ciò che ne segue. Quindi in ragione del futuro; ma lo è anche in ragione del passato, poiché ciò che ne segue è valutabile solo a posteriori.

 

Il momento giusto è tale solo quando, a posteriori, possiamo valutare la qualità dell’evento contenuto nel (ex) momento presente considerato.

 

Però, possiamo anche dire che tutti i momenti passati sono stati opportuni, perché hanno forgiato la nostra cultura, esperienza, conoscenza. Indipendentemente se quell’insieme di momenti presenti trascorsi, che fanno parte del passato, siano stati utilizzati bene o male.

 

E tu come la vedi?

Attenti ai pensieri automatici negativi

Ad attivare i sintomi fisici ed i comportamenti evitanti tipici dei soggetti timidi, che sono la via di fuga da una situazione ansiogena, sono i cosiddetti pensieri automatici.

 

Quando un individuo timido, viene a trovarsi in una circostanza che gli provoca apprensione emotiva, la sua mente è percorsa sempre dalle stesse idee, da tipi di considerazioni che si ripetono nel corso della sua vita.

 

Quando una persona timida, nel proprio dialogo interiore, ripete sempre gli stessi pensieri, questi diventano automatici. La sistematicità nella ripetizione delle idee, che vertono puntualmente sulle medesime congetture, genera degli automatismi: i pensieri si ripresentano meccanicamente, istintivamente, quasi inconsciamente; spesso queste persone non ricordano a cosa hanno pensato.

 

Tali idee si sono talmente impresse nella psiche da non essere nemmeno più prevagliate dalla mente, ciò perché il sistema cognitivo economizza su tutte le attività ripetitive, si risparmia di attivare un processo di valutazione per operazioni che sono già state elaborate, per cui pensieri e comportamenti ripetitivi vengono memorizzati come routine.

 

 

Schiele - colui che vede se stesso

Schiele – colui che vede se stesso

Quelli automatici sono pensieri che, essendosi ripetuti sempre in associazione a determinate situazioni sociali, si presentano rapidamente senza alcuna azione di riflessione, ogni qual volta il soggetto timido vive o si appresta a vivere tali circostanze.

 

L’automazione di questo pensare spinge l’individuo a concentrare tutta la sua attenzione sul flusso di idee precostituite e non riesce a mettere in campo delle alternative, la mente resta bloccata sullo stesso binario, un’ingessatura che salta ogni processo logico: non c’è un susseguirsi concatenato e sequenziale di un insieme di pensieri.

 
L’assoluta mancanza di un processo di analisi razionale è la caratteristica tipica, costante e immutabile dei pensieri automatici, perciò restano indifferenti se l’evidenza dimostra tutta la loro falsità, anzi semplicemente ignorano quell’evidenza.

 

Al soggetto timido, i propri pensieri meccanici appaiono del tutto ragionevoli, giusti, logici: egli è convinto della loro validità e più questi si autoripetono più si convince della loro giustezza senza mai metterla in dubbio.
In alcuni casi, non sanno spiegarsi il senso o la ragione dei loro pensieri automatici.

 

Il fenomeno costituisce il prevalere di un sistema di credenze che non ha superato le invalidazioni, che pur si presentano con una certa continuità nel corso della vita di un individuo, e che anzi vengono rigettate dall’apparato cognitivo.

 

La caratteristica dei pensieri automatici, nelle persone timide e negli ansiosi sociali in generale, è che sono negativi, orientati sempre alla negazione di proprie capacità o abilità relazionali ed ai giudizi sfavorevoli o ostili degli altri, inoltre utilizzano sempre la stessa modalità nel dare un significato agli eventi.

 

Esempi frequenti di pensieri automatici negativi sono:

 

  • Non piaccio
  • Sono noioso
  • Gli altri non hanno una buona opinione di me
  • Non so cosa dire
  • Non so come comportarmi
  • Sono un incapace
  • Sono un fallito
  • Agli altri sembro ridicolo
  • Gli altri rideranno di me
  • Sono un perdente
  • Sono inferiore agli altri
  • Sono strano
  • Gli altri penseranno che sono stupido
  • Gli altri pensano che sono un idiota
  • Gli altri sono meglio di me
  • Non sono buono a niente
  • Sono inaccettabile
  • Non sono una persona attraente
  • Mi guardano tutti
  • Sono diverso dagli altri
  • Non sono un tipo normale
  • I timidi non piacciono
  • Gli altri mi rifiuteranno
  • In queste situazioni gli altri non fanno come me
  • Si accorgeranno che non sono all’altezza
  • Gli altri stanno sempre a giudicare e criticare
  • Si accorgeranno subito che sono timido e sarò considerato un debole
  • Con gli altri non ci so fare, non mi so inserire
  • Non riuscirò mai

 

L’automaticità di questi pensieri, generalmente, sfugge allo stato cosciente degli individui, non sono soltanto ai soggetti timidi, ma a tutte le persone in generale perché manca l’abitudine a individuarli.

 

In realtà quelli automatici non necessariamente sono pensieri

, possono manifestarsi anche come immagini, come sequenze visive tipo una clip, ad esempio, se ho paura degli squali mi immagino la scena in acqua aggredito da uno squalo.

Sciocco chi crede che la politica si possa fare con scelte semplici

 

 

Ho sempre sostenuto che la politica deve essere fatta da chi è concretamente consapevole dell’enorme complessità della società contemporanea con la sua moltitudine delle problematiche afferenti la vita sociale, la sua organizzazione e gli interessi, non solo economici, che muove.

 

I fenomeni economici, e quelli sociali, sono il risultato del comportamento di milioni di persone che, anche quando si muovono secondo modelli comportamentali di massa, sono e restano, pur sempre individui che, in quanto tali, possono sfuggire alle stesse logiche di massa. Non a caso, le previsioni che si fanno, persino quelle degli “esperti” sono sistematicamente smentite dai fatti.

 

L’enorme mole della produzione legislativa fatta dall’uomo, sulle quali si sta sempre a lamentare le carenze, è la dimostrazione più evidente della grande difficoltà di regolamentare il mondo sociale. E questo è un dato storicamente definito, non è un problema solo di oggi, è un problema atavico, ultra millenario.

 

 

Renato Birolli - la trebbiatrice

Renato Birolli – la trebbiatrice

 

Quando sento qualcuno affermare che bastano soluzioni semplici e cose semplici da fare, non posso che pensare di avere di fronte a me, una persona sciocca.

 

La stessa cosa mi vien da pensare quando ascolto individui che teorizzano “la politica delle piccole cose”. Salumieri, massaie e filo profeti di visioni ascetiche, pensano che gestire la propria vita individuale sia la stessa cosa del gestirne milioni. Eppure essi proprio arrancano persino a gestire la loro singola vita.

 

Per le persone ignoranti, quelle che non hanno una concreta visione globale, le cose in cui non sono impegnate in prima persona, sono sempre facili da fare. Infatti, alcuni di queste si fanno persino eleggere, e falliscono miseramente. E anche questo è un dato storico assodato.

 

La politica deve essere fatta di scelte  e progetti  articolati, poiché devono muoversi in una società complessa in cui ogni singolo problema è interagente con altri. Prendiamo, ad esempio, il tema del lavoro. Ciò è possibile in modo strutturale e non episodico, solo se si crea sistema , se si interviene in tutti i settori e sub settori sociali.

 

Intanto, in Italia, mentre  destra, centro e centro sinistra, si lanciano in una politica dogmatico-ideologica contro certi diritti del lavoratori, la sinistra s’illude che con il solo rilancio dei lavori pubblici, il salario minimo e la semplice regolamentazione dei contratti di lavoro, si risolvano le questioni di quest’importante aspetto della vita sociale.

 

Tutte toppe messe su un abito ormai lacero. Ancora una logica che insegue i problemi per crearne persino altri. La questione del lavoro si risolve anticipando i tempi, disegnando un sistema che si strutturale. Qua si tratta di:

 

  • Pianificare l’industrializzazione sul territorio.
  • Sviluppare un piano nazionale  industriale.
  • Sviluppare piani industriali regionali, perché bisogna puntare a che le regioni possano raggiungere il maggior livello possibile di autosufficienza dei beni e dei servizi prodotti. Cioè fare delle economie locali il fattore nevralgico dello sviluppo economico.
  • Elaborare un piano nazionale e regionale dello sviluppo turistico.
  • Sviluppare un piano nazionale della salvaguardia del paesaggio, dei beni ambientali in chiave ecologica ed economica.
  • Sviluppare un piano nazionale della promozione dei beni culturali.
  • Sviluppare un piano nazionale del trattamento e smaltimento degli rsu, con tanto di sistema correlato industriale regionalizzato.
  • Sviluppare un piano nazionale della politica bancaria e del credito alle aziende.
  • Sviluppare un piano nazionale di riassetto della pubblica amministrazione e delle procedure burocratiche.
  • Sviluppare un piano nazionale e regionale dell’edilizia e dei lavori pubblici.
  • Sviluppare una nuova legislazione del lavoro che garantisca chi lavora e punisca chi si defila.
  • Elaborare un ruolo moderno dei sindacati che devono smettere di fare politica e diventare luogo di difesa dei diritti dei lavoratori, luogo di progetto e proposta industriale, luogo di collocazione dei lavoratori.
  • Sviluppare una nuova legislazione di previdenza sociale che non faccia venir meno i consumi per chi è senza lavoro (reddito di cittadinanza).
  • Riformulare la scuola (che va inventata), l’università, la ricerca, e l’avvio ai mestieri.
  • Eliminare l’obbligo di iscrizione agli albi professionali per esercitare le professioni (io eliminerei proprio gli albi), introducendo solo un esame abilitativo gestito dalle università.
  • Imporre alle aziende la formazione del personale.
  • Reprimere con veemenza, e dico proprio veemenza, la criminalità organizzata, la concussione e la corruzione, l’evasione fiscale.
  • Incentivare la cooperazione tra aziende ai fini della ricerca scientifica e tecnologica.
  • Incentivare la cooperazione tra aziende ai fini della formazione dei lavoratori di ogni ordine e grado.
  • Incentivare i privati e le aziende ai fini del finanziamento delle attività culturali.

 

Per ora mi vengono in mente questi, e forse ce ne sono altri ancora. Se ci pensi su, tutti questi fattori sono importanti per favorire la creazione di lavoro. E non mi pare una cosa semplice. Questa è la ragione per la quale quando sento dire che bisogna concentrarsi sul problema del lavoro, e poi sento sciorinare due o tre cosucce, per me quelle parole sono solo demagogia. Demagogie che fanno i sindacati principali, che fanno i sindacati antagonisti, che fanno i politici.

Tributo alla mia amata città

Happy ( We are from #Stabia)

 

[youtube]http://youtu.be/fPizfv18BE4[/youtube]

 

Castellammare di Stabia raccontata da Giovanna

 

 

vedute stabiesi di gioli 3

 

simbolismi

 

 

vedute stabiesi di gioli 2

 

vedute stabiesi di gioli 1

 

 

giovanna  stabia

 

 

 

Castellammare di Stabia raccontata da me

 

Castellammare di Stabia 099

 

 

Castellammare di Stabia 097

 

Castellammare di Stabia 130

 

Castellammare di Stabia 123

Castellammare di Stabia 039

 

 

Per una società distributiva

 seconda parte

va alla prima parte

 

Nella società che vorrei, tutti lavorano: non per l’azienda, non per conto della proprietà, né per conto o in nome del mercato, ma per il benessere della comunità umana nel suo insieme.

 

Ognuno darebbe, con il lavoro, il proprio contributo per sancire il pieno diritto di vita delle persone e, ricavandone tale diritto, anche per se stesso.

 

 

Eugène Delacroix - La Grecia morente sulle rovine di Missolungi

Eugène Delacroix – La Grecia morente sulle rovine di Missolungi

In una società distributiva, il lavoro non può più essere concepito come un diritto, bensì come un dovere morale e un obbligo giuridico, poiché non sono pensabili privilegi e parassitismi: ciascuno deve assumersi la responsabilità del proprio ruolo sociale, per il fatto stesso di essere un soggetto sociale; ciascuno deve garantire il proprio contributo fattivo per il benessere di tutti.

 

Non è però possibile negare alle persone la possibilità di svolgere la propria attività lavorativa in maniera auto determinata, autonoma e/o auto organizzata; ma tale attività in autonomia va svolta in nome e per conto dello Stato, né può esprimere valori di mercato e redditi. Ciò perché il reddito è espressione del diritto di fruizione.

 

Non essendovi, in questo modello sociale, un sistema di mercato, beni e servizi sono offerti tramite un modello distributivo cui si ha accesso per mezzo del “diritto di fruizione”: il cittadino, in cambio del proprio contributo lavorativo, ha cioè, il diritto a consumare beni, servizi e quant’altro, secondo le proprie necessità, bisogni e attitudini.

 

 

 

Per una società distributiva

 

 

prima parte
 
 

 

Penso a una società in cui tutti lavorano, a un sistema di produzione con il maggior livello possibile di automazione che la tecnologia permette, ciò renderebbe possibile orari di lavoro ridotti  che produrrebbero come effetto un miglior rendimento produttivo e, soprattutto, tempo libero che le persone possono dedicare al proprio privato poiché bisogna lavorare per vivere, non vivere per lavorare.
 

 

Paul Klee - città di sogno

Paul Klee – città di sogno

Penso a una società in cui tutte le persone hanno diritto al medesimo tenore di vita indipendentemente dal ruolo sociale che essi svolgono nelle attività produttive.

 

Lavorare non piace, però quando si lavora senza ricavare una condizione umana decente, non solo non piace ma rende insofferenti, sofferenti, demotivati, insoddisfatti, esasperati, discontinui, depressi, infiacchiti, apatici, inefficienti, incazzati, angosciati, alienati, frustrati.
 

 

Quale modello economico e sociale può rendere giustizia all’uomo? Quali condizioni deve soddisfare? Mi si permetta di cominciare semplicemente con un’elencazione.

 

Riflessioni…linguistiche

Navigando nella rete, con la barra del timone sulla rotta degli interessi letterari, mi sono imbattuta in un video di Rai Edu, relativo all’intervento di Erri  De Luca nel contesto del Festival delle Letterature 2012.

 

Lo scrittore napoletano legge l’inedito “Il libro deve essere vento“, lettera ad un giovane che si voglia cimentare nella scrittura. L’argomento dà l’avvio a riflessioni sui valori della letteratura. Tra l’altro invita l’aspirante scrittore a percorrere il vocabolario ”come un campo per riscoprire il brulichio delle specie viventi” perché “le parole del vocabolario sono conchiglie, sembrano vuote, ma dentro ci puoi sentire il mare”.

 

Joan Mirò – pesce che canta

 

Le parole sono diventate obsolete, incapaci di evocare suggestioni, di comunicare.  In esse non percepiamo più la storia e la cultura di cui sono state e sono espressione.

 

Invece di nascondere il vuoto di contenuti con l’ampollosità espressiva o con linguaggi tecnici, dovremmo fare nostro l’invito dello scrittore, non solo nel campo letterario, ma anche nella quotidianeità.

 

Usare le parole, consapevoli della loro forza, come strumenti veri di comunicazione, non soltanto con funzione fatica, per un contatto superficiale, come quando ci incontriamo con sconosciuti in ascensore.

 

Comunicare vuol dire aprirsi agli altri, avviare uno scambio osmotico di emozioni e di esperienze e il principale mezzo di comunicazione è la parola.

 

La sua potenza è stata riconosciuta fin dall’antichità. Gorgia ne ha tessuto un elogio bellissimo. ”La parola è un grande dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere: riesce infatti a calmare la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia , e ad aumentare la pietà ( …) gli ispirati incantesimi di parole sono apportatori di gioia. Liberatori di pena”. [trad. G. Giannantoni]

Le persone si giudicano per ciò che fanno, non per ciò che dichiarano di essere

Gustav Klimt – Nuda Veritas

È un concetto famoso espresso da Marx né “Il capitale”. Io feci mia questa idea, ma le assegno un respiro ben più ampio di quello marxiano. Non lo dico per dileggiare il filosofo di Treviri, ma ai suoi tempi, psicologia e antropologia, come scienze, praticamente, non esistevano: oggi abbiamo molte più conoscenze.

Hai mai visto il corteggiamento nel mondo animale? In alcune specie assume caratteristiche estetiche. Si vuole apparire forti, belli, creativi. Tra gli uccelli giardiniere, la femmina, sceglie il pretendente sulla base di chi ha decorato meglio il nido. Sono tecniche per essere accettati. A mio parere, l’uomo, nel momento in cui ha cominciato a creare e fare cultura, ha trasferito o tradotto, alcuni fattori dell’istinto animale, nella sua cultura. Spesso, in modo del tutto avulso, dalle loro funzioni o origine animale, spesso come strumento d’espressione della depravazione o dell’egoismo (che non appartiene al mondo animale).

C’è anche un altro fattore che va considerato. La società umana, con le regole sociali ed economiche che si è data nel corso dei millenni, ha innescato la nascita di comportamenti di affrontamento, in taluni casi persino obbligati. Tra questi, quello dell’apparire che è diventata una vera e propria cultura.

Nelle attività economiche sei spesso costretta/o a “vendere” la tua immagine, i venditori bravi, in questo sono veri e propri maestri. Ma i politici sono il non plus ultra.

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Considerazioni sulla proprietà come garanzia di funzioni essenziali del vivere

Premessa

Nel mondo animale, il territorio che ciascun individuo delimita e difende, come area di propria pertinenza, corrisponde a quella quantità di territorio necessaria alla propria sopravvivenza. Anche i branchi, nel caso degli animali gregari, agiscono allo stesso modo. Gli animali non stanziali, però, occupano il territorio solo in modo temporaneo e lo abbandonano quando si trasferiscono altrove.

La superficie che essi occupano svolge, dunque, una funzione di garanzia. Non c’è dubbio che questo loro comportamento sia istintivo.

D’altra parte gli istinti obbediscono a due leggi naturali fondamentali, la sopravvivenza e la riproduzione, così come altre funzioni degli organismi viventi.

L’esistenza degli istinti ha fondamento nell’incertezza della vita, fintanto che le loro funzioni sono necessarie alla sopravvivenza o alla riproduzione. Se tali necessità decadono, gli istinti a esse legate, cessano di manifestarsi. Infatti, negli organismi viventi, le funzioni che diventano inutili, scompaiano nel corso dell’evoluzione delle specie.

Inoltre, gli istinti animali sono “relazioni” che si svolgono all’interno dei processi auto poietici e che appartengono all’insieme di tutte le interazioni che costituiscono il dominio cognitivo [Maturana, Varela,  Autopoiesi e cognizione,  Marsilio editori].

Argomento

Paul Delvaux – congresso

Il problema è che costoro fingono di ignorare che, con l’evoluzione dell’apparato cerebrale e lo sviluppo dell’autocoscienza, che giunge a produrre il pensiero, la coscienza dell’esistenza dell’istinto di appropriazione, è stata utilizzata, attraverso l’elaborazione di sistemi teorici, per ben altri scopi, che esulano dagli istinti di base originali.

Tuttavia non possiamo ignorare la relazione esistente tra l’istinto di appropriazione finalizzata alla sopravvivenza e “l’istinto culturale” che istituisce il concetto di proprietà privata che, in determinate forme e usanze, svolge una funzione di garanzia.

Qui bisogna, però, distinguere tra le forme di proprietà a sostanziale indirizzo speculativo, da quelle che hanno esclusivamente una finalità di garanzia di funzioni essenziali del vivere che sono l’oggetto di questa trattazione.

In tutta la storia dell’umanità, l’uomo ha sempre dovuto fare i conti con l’incertezza della propria condizione sociale, economica e fisica. L’incertezza del godimento di beni o funzioni fondamentali, come ad esempio l’abitare, è alla base del desiderio di proprietà.

L’appropriazione conferisce stabilità nell’uso e nel godimento del bene e, con l’introduzione del concetto di proprietà nel diritto, con norme che difendono il valore della sua sussistenza, acquisisce maggiore solidità.

Allo stato attuale possiamo dire che la proprietà dei beni essenziali costituisce la garanzia di un loro godimento costante nel tempo. Essa si va a contrapporre all’insicurezza determinata dal fatto che, per un soggetto sociale, l’uso e il godimento di beni che entrano nella disponibilità altrui, non costituisce garanzia di stabilità. Essi, infatti, sono suscettibili del volere di terze persone che possono negare al soggetto non proprietario la fruizione stabile di beni essenziali.

L’unico modo per rendere la proprietà, un concetto o un istituto di valore labile o privo di significato e non necessario, è l’istituzione di una garanzia assoluta e stabile nel tempo del godimento di beni e funzioni a prescindere dalla loro proprietà.

In breve sono il superamento del carattere incerto della fruizione permanente di beni, può comportare l’obsolescenza non solo del concetto di proprietà, ma anche dell’istinto da cui deriva.

In un sistema sociale, in cui non sussistono oggettivamente, materialmente, tali garanzie, l’abolizione della proprietà privata non può che produrre contrarietà e avversione popolare.

Il superamento della proprietà privata è possibile quando, nella mente e nella cultura umana, essa acquisisce insignificanza oggettiva e materiale.

Brevi considerazioni sulla società mercantile [1]

L’accumulo delle ricchezze esprime potere, nella misura in cui, tali ricchezze hanno valore di mercato e, quindi, sono teoricamente e praticamente, vendibili.

La sola possibilità della loro scambiabilità, a prescindere a che si verifichi o no lo scambio, determina la forza di potere della ricchezza.

È il mercato che permette l’accumulo delle ricchezze come accumulo di potere.

Il mercato è il vero cancro della società. Non il modello capitalistico, ma l’esistenza stessa del mercato, che fa dei beni una merce, e della forza lavoro una merce.

Il mercato vincola anche le nazioni. La loro capacità di produzione, di erogare servizi, di realizzare strutture e infrastrutture, è limitata dalla sua capacità di reperire risorse finanziarie. Ma le risorse finanziarie esistono in quanto esiste il mercato.  Senza il mercato, lo Stato sarebbe limitato nella sua operatività, non dal danaro, ma dal limite stesso della capacità umana di produrre, cioè il suo limite sarebbe limitato dal numero di cittadini lavoratori e dalle loro capacità fisiche di produrre beni e servizi, dalla disponibilità oggettiva delle materie prime e/o materiali di produzione.

Raffaello – La scuola di Atene

 

Pensare a un modello sociale e economico alternativo da quello mercantile, risulta di difficile elaborazione, per via degli schemi mentali e culturali umani che imbrigliano sia l’attività immaginativa, sia quella progettuale, entro confini predefiniti. Ne possiamo individuare almeno quattro:

  • La tendenza culturalmente istintiva dell’uomo, a proiettare nel futuro condizioni identiche a quelle del presente o del passato.
  • La tendenza culturalmente istintiva dell’uomo, a considerare uno scenario futuro come se si fosse costituito, nella sua interezza, in un sol colpo, cioè, senza considerare, ponderatamente, il fatto che la definizione di un nuovo modello sociale, si verifica attraverso un percorso che si delinea storicamente per mezzo di una sequenza continua di mutamenti. Ogni società nasce nel seno di quelle che l’hanno preceduta.
  • La tendenza culturale a considerare immutabili determinate caratteristiche, dell’uomo come soggetto sociale, e della struttura del modello sociale vigente.
  • La tendenza culturale a considerare determinati comportamenti umani, ritenuti istintivi, come completamente scollegati da fattori causali che comportano la loro manifestazione: un comportamento istintivo cade in disuso, nel momento in cui lo scopo ultimo di tale istinto, è garantito a priori.

Alcuni elementi che potrebbero portare a un modello sociale poggiato su una logica di distribuzione dei beni, piuttosto che di scambio di merci, cominciano intravvedersi già oggi. Le idee del non-profit, delle banche etiche, dei gruppi d’acquisto, delle microeconomie circolari, degli scambi basati sull’ offerta di tempo, appaiono come fattori che contengono implicitamente elementi di riforma dello scambio.

Si potrebbe anche cominciare con l’introduzione del concetto di “diritto di fruizione” come strumento regolativo dalla partecipazione, e suo riconoscimento sociale, del singolo individuo alla realizzazione del bene comune.

 

note

(1) Definiamo società mercantile, quella il cui modello economico, si regge sullo scambio di merci, cioè sul mercato. È la forma di società in cui viviamo oggi e che ha caratterizzato la storia dell’umanità da epoche preistoriche a oggi. Per una migliore comprensione del concetto diciamo che il modello capitalistico è una forma espressiva e organizzativa della società mercantile, infatti, il capitalismo non può esistere senza società mercantile, ma questa può esistere senza capitalismo: in fondo e ciò che è accaduto prima che il modello capitalistico prendesse forma.