considerazioni fugaci sul nulla e sul pieno

 

 

Roland Barthes definiva quella occidentale, la cultura dei pieni, contrapposta a quella orientale classica chiamata dei vuoti. Chi parla del nulla (vuoti) se non ha cose da fare, parla di ciò che il semiologo francese chiamerebbe “riempitivi”.

Penso che dovremmo imparare a godere di ambedue le condizioni e, in un certo senso, a vedere un pieno anche nel nulla. Il nulla è una dimensione che solo l’uomo poteva concepire.

Il nulla è un’assenza, ma di cosa? Penso che sia assenza di ciò che, individualmente, vorremmo ci fosse o riteniamo debba esserci. Non un’assenza assoluta, ma un’assenza relativa: ai nostri bisogni, necessità, desideri, cognizioni del tempo, della materia e dell’energia (nei suoi vari intendimenti).

 

Tiziana Trezzi – tra…

Per altro verso può anche trattarsi di paura del non essere. Se ritieni di non aver niente da fare, è come se ti sentissi nella condizione di non vivere, di non essere, di non affermarti sia come soggetto sociale, sia come soggetto interagente con lo spazio che ti circonda e con il tempo.

Se adotto questa visione, c’è l’implicazione del rapporto tra tempo e pieno, e tra tempo e vuoto. Anche perché la nostra vita è scandita dal giorno e dalla notte, dal sonno e dalla veglia, e dalla necessità di produrre la nostra sopravvivenza, non solo biologica, ma anche sociale e culturale.

Mentre in tanti stanno a domandarsi quale sia il senso della vita perché, in fondo, la vorrebbero associare necessariamente a qualcosa, io penso che sia quella domanda stessa a non avere senso.

Il senso della vita è la vita stessa.

Tu che ne pensi?

 

 

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