Mag 26 2016

Carattere, temperamento e personalità

 

Tre elementi concorrono alla definizione dei tratti caratteristici di una persona, il temperamento, il carattere e la personalità. In un certo senso possiamo dire che sono l’espressione di ciò che è innato, di ciò che si apprende e si forma nel corso della vita, dell’interazione dinamica tra innatismo e apprendimento. Talvolta si tende a considerare ciascuno di questi fattori come sinonimo degli altri, generando un po’ di confusione. Allora vediamo di fare un po’ di chiarezza.

 

Il temperamento

 

Il temperamento è l’attitudine a sperimentare e reagire agli stimoli ambientali, con modalità tipiche della persona.

 

Joan Miro - costellazione stella del mattino

Joan Miro – costellazione stella del mattino

Ad esempio, quando parliamo della predisposizione a manifestare un’alta reattività ansiosa agli stimoli, ci si riferisce a un tratto del temperamento, però, il trasferimento dello stato ansioso in forme di ansia sociale, o in disturbi psichici in generale, non è proprio del temperamento, ma attiene ai processi cognitivi.

 

Tutti i filoni teorici convergono sull’idea che:

  • Il temperamento abbia una base biologica;
  • Che abbia una significativa componente affettiva;
  • Che sia sostanzialmente stabile nel tempo, ma le sue espressioni comportamentali mutano in relazione all’ambiente fisico e sociale;
  • Che ci sia una relazione diretta tra temperamento e comportamento riguardanti le condizioni ambientali oppure che tale relazione insista solo nella prima infanzia;

 

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Dic 04 2015

Stragi, violenza e fondamentalismo nelle città occidentali

 

 

Le stragi che si stanno consumando da diversi anni, come quella nella clinica per aborti nel Colorado, quelle nelle scuole americane, l’estremismo islamico, ma anche fenomeni sociali come i black blok e altri, a mio parere sono tutti figli di un’unica origine: i modelli economici e sociali esistenti.

 

In tutti questi casi, quando si è andati a vedere il background sociale e personale degli individui che si sono resi protagonisti di tali stragi, emerge un denominatore comune: sono tutti degli esclusi sociali, chi in un modo, chi in altri.

 

Eugene Delacroix - la Giustizia

Eugene Delacroix – la Giustizia

Gente che vive ai margini della socialità, dell’economia, dell’affettività, schiacciati dal consumismo, da una competitività innaturale, deformata, dai modelli di uomo e donna veicolati dal bombardamento mediatico, da bisogni di consumo imposti.

 

Persone emotivamente fragili, dominati dall’insofferenza dell’incertezza e della stessa sofferenza e che, pertanto, cercano valori, significati e significanti concisi, perentori, che diano poco spazio alla variabilità, alla pluralità.

Avvertono il bisogno di certezze, di quelle assolute, di quelle che non vanno oltre la logica dicotomica, preferibilmente monotomica.

 

L’unica diversità che riescono a percepire è la contrapposizione netta: o sei con me, o contro di me. Non è possibile il semplicemente diverso. Così l’altro, gli altri, possono essere oggetto di due soli sentimenti: odio e fratellanza.

 

Il giovane che fa stragi nelle scuole americane, percepisce ostilità (reale o falsa) dagli altri che, pertanto, sono meritevoli di odio: sono gli altri i cattivi, lui, lo stragista, fa solo giustizia. Leggi il resto »

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Nov 09 2015

Piani temporali del possibile

 

La politica dovrebbe svolgersi su tre piani temporali, l’immediato, il medio e lungo termine, il futuro o utopia del presente.

 

Nell’immediato, la pragmaticità è essenziale, non contano tanto i principi ma le azioni funzionali all’obiettivo. Data la relatività di validità o applicabilità dei principi, questi possono anche essere rinviati, negati o parzializzati. Ciò che conta, per l’immediato, è il risultato.

 

Ernesto Treccani - infinito

Ernesto Treccani – infinito

Hobsbawm sosteneva che un modello sociale e/o economico si forma nel seno dell’epoche che lo precedono. Come dargli torto?

 

Nel medio e lungo termine andrebbero posti quegli elementi, o micro elementi, di trasformazione, il cui insieme, a un certo punto costituiranno un modello sociale diverso da quello precedente.

 

Piccoli inserti che, pur non modificando il modello sociale corrente, introducono elementi che si radicalizzano nel tessuto culturale e sociale, senza che, nel presente, se ne colga la forza trasformatrice, ma che, a mosaico completato, pongono l’uomo nella condizione che, votando lo sguardo al passato, riconosce nel presente un diverso modello sociale.

 

Qualcuno penserà di chiamarla “rivoluzione dolce”, per me è l’unica rivoluzione vincente possibile.

 

La trasformazione che s’insinua nel quotidiano in modo silente, conforma le menti, le abitua e, infine sono considerate tanto “normali”, da essere accettate senza levate di scudi. Somiglia quasi alla storia evolutiva della specie umana: una lenta inesorabile trasformazione che oggi ci fa distinguere i primi ominidi dall’homo habilis e poi dall’homo sapiens.

 

Ciò che oggi definiamo utopia, che è ascrivibile come tale solo nel presente, può essere realtà nel futuro; e nessuno può negare questa possibilità, visto che non si conosce il futuro.

 

Nel corso del tempo, nuovi diritti si fanno strada, vecchi diritti diventano garanzie.

 

Le menti, le culture, le percezioni, mutano in funzione delle condizioni del proprio tempo.

 

E certi istinti, culturali o innati, si estinguono quando le funzioni che devono soddisfare sono già assicurate.

 

In quel futuro, l’utopia di oggi, diventa uno scenario possibile.

 

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Set 06 2015

Il mondo intimo di Mariarita Renatti

 

 

Oggi vi presento una artista che mi ha molto colpito, sia per la sua ricerca pittorica, sia per la sua “investigazione” sul mondo interiore. Si chiama Mariarita Renatti e le ho chiesto di raccontare un po’ di sé. Pubblico con piacere la sua breve ma esauriente biografia.

 

 

Come tutto è iniziato …

 

Da bambina ero molto timida e introversa e il mio modo per comunicare con i miei compagni a scuola era preparare loro dei disegnini , un modo semplice per me di esprimermi,e i loro occhi stupiti mi facevano star bene , mi sentivo accettata.

 

Inizialmente non riconoscevo all’arte un ruolo primario, amavo leggere e fare puzzle, ascoltare musica, amavo il pianoforte…il mio sogno “mancato”.

 

Mariarita Renatti - la santa carnalità

Mariarita Renatti – la santa carnalità

Successivamente, a partire dalle scuole superiori ho dato sempre più importanza al disegno, ho  iniziato a disegnare coi carboncini, poi mi son dedicata alla pittura per un lungo periodo, ma mi resi conto che essa non rispondeva alle mie esigenze, ne seguì un periodo di ricerca, il cosiddetto “buio creativo” in cui cercavo una mia identità.

 

Mariarita Renatti

Mariarita Renatti

Il mio Maestro Aniello Scotto, mi ha aiutato a capire come sviluppare al meglio i pensieri, ho avuto la fortuna di conoscerlo fin dai primi anni dell’università, all’Accademia di belle arti, che tutt’ora frequento, grazie a lui ho conosciuto l’incisione , una tecnica che ho amato fin da subito, abbozzavo le mie idee a penna, su semplici fogli da stampa che avrei poi riportato su lastre di rame. Successivamente, per caso, ho iniziato a ricoprire pezzi di stoffa a penna, mi resi conto che rispondeva bene alle mie esigenze, iniziai così un nuovo percorso creativo.

 

 

Questa tecnica cui mi dedico, quasi esclusivamente, oltre all’incisione a puntasecca su rame, si  basa su una serie di segni da cui prende “vita” un corpo, un insieme di corpi, le mie creature, i miei sogni, le mie insicurezze e tutto ciò che riesco a raccontare di me, racchiudendole tutte, spesso, in un fondo nero, anch’esso realizzato completamente a penna, così da eliminare ogni altra cosa e concentrare lo sguardo solo su “quel” racconto.

 

 

Mariarita Renatti - rinascita

Mariarita Renatti – rinascita

 

 

Ritraggo spesso corpi nudi, ho iniziato con degli autoritratti, “Rinascita” la mia prima opera, a cui sono molto legata, mi sembrava un buon modo per iniziare un  nuovo percorso artistico.

 

 

 

 

 

Corpi che rientrano in se stessi, che fuoriescono da esso..attraverso le increspature della pelle e le ombre, che si creano con le luci, a far si che gli occhi di chi guarda, ponga l’attenzione non sulle bellezze delle forme, ma entrando più in profondità, nell’anima…come leggere i miei intimi pensieri.

 

Mariarita Renatti - zia Pupetta

Mariarita Renatti – zia Pupetta

 

 

 

 

I soggetti che prediligo sono le donne, in particolare quelle di cui conosco una storia , Mia madre, Mia nonna…

 

 

Non è stato facile convincerle a posare per me, son molto lontane dal mondo dell’arte e non  capivano la mia necessità di ritrarle, tutt’ora ho difficoltà a farmi capire, pensano a me come la pecora nera, la “folle” della famiglia, ma mi seguono ovunque e sono molto fortunata poiché hanno sempre supportato la mia passione.

 

Mariarita Renatti - Madonna con le babbuccie

Mariarita Renatti – Madonna con le babbuccie

 

 

 

 

Disegnare significa, per me, distaccarmi dalla realtà, creare il MIO mondo, è la mia “cura”,  decidere di dedicarsi all’arte è una scelta, scegliere di fare l’artista è davvero complicato ma se non facessi questo, non saprei cosa farne della mia vita, sinceramente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ago 06 2015

La difficoltà a teorizzare nuovi modelli sociali

 

 

Un grosso problema che si riscontra quando si prova a teorizzare un modello sociale per il futuro, è l’incapacità di sganciarsi dagli schemi mentali del presente che, in genere, hanno un lungo retaggio storico.

 

Questa rigidità fa si che si ragiona secondo modelli e modi elaborativi che ripetono gli schemi valutativi attuali e viziando, quindi, il ragionamento che riguarda il futuro.

 

C’è anche un altro errore cognitivo di fondo che investe la persona quando si prova a immaginare e ipotizzare un modello economico diverso da quello mercantile (si definisce società mercantile quella il cui sistema economico è caratterizzato dallo scambio di merci), ed è la confusione che si fa tra istinto e cultura.

 

La tendenza dell’uomo a ricorrere allo scambio di beni, non è un comportamento istintivo ma culturale.

 

René Magritte - la condizione umana

René Magritte – la condizione umana

L’uomo ha cominciato a fare così, già nella preistoria, perché in condizioni di diffidenza e di non cooperazione produttiva e sociale, era il modo più adatto a stringere relazioni fra tribù, comunità, popoli: una strategia comportamentale, frutto di un processo di elaborazione mentale, che oggi chiamiamo problem solving.

 

Lo scambio è un comportamento finalizzato a concretizzare vantaggi reciproci tra gli attori che vi partecipano e a favorire una relazione continuativa. Infatti, se tutti gli attori ricavano un beneficio da un determinato comportamento, tendono a ripeterlo nel tempo.

 

Questo è un comportamento culturale.

 

Oggi sappiamo che quando un comportamento è reiterato nel tempo, diventa abituale non solo la sua pratica, ma anche l’attivazione dello schema cognitivo che lo sottende.

 

Quest’abituale binomio schema cognitivo/comportamento, facendo parte dell’esperienza e della memoria dell’uomo, infatti, è un fatto culturale, diventa oggetto di trasmissione di conoscenza.

 

Genitori, figure di riferimento e prassi sociale, trasmettono ai nostri bambini tale binomio culturale schema cognitivo/comportamento, e questi lo apprendono.

 

La trasmissione generazionale di conoscenze diventa prassi, norma sia culturale sia giuridica. I contenuti entrano nel novero ”dell’ovvio”, dello “scontato”, persino del “banale”, in termini di cognizione diventano una routine, quindi, non subiscono ma bypassano ogni processo di rielaborazione e invalidazione.

 

L’uomo si abitua in modo radicale a questi schemi cognitivi, essi sono andati consolidandosi nel tempo, tanto che la loro natura culturale risulta meno riconoscibile all’uomo stesso che giunge a considerarli parti costitutive della natura umana.

 

Quando la mente associa alla natura umana il contenuto di uno schema cognitivo, questo s’irrigidisce, tende a diventare un’assunzione permanente e immodificabile, la sua validità acquisisce valore assoluto.

 

Da qui la difficoltà dell’uomo di riuscire a teorizzare, ipotizzare, a volte persino a immaginare, modelli sociali che vanno in conflitto con schemi cognitivi di base.

 

Dato che i contenuti di tale schema cognitivo è considerato come costitutivo della natura umana, non solo non riesce in tali elaborazioni, ma le considera impossibili o improponibili.

 

Tuttavia, va ricordato che tutto quanto è oggetto culturale è fallibile e, nel momento in cui è interpretazione del mondo reale, e appartiene al dominio della descrizione non della realtà.

 

 

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Giu 24 2015

Fronteggiamento di ansia sociale e timidezza: i principi cardine della mindfulness

 

Nella mindfulness, il praticante, dato che assume il ruolo dell’osservatore, non ha il compito di giudicare. Egli si muove nel campo della descrizione.

 

L’assenza del giudizio è di fondamentale importanza se vogliamo evitare di cadere nelle trappole mentali dell’emotività che ci riconsegnerebbe prigionieri dei pensieri negativi.

 

L’assenza del giudizio comporta un atteggiamento di accettazione della realtà delle cose così come sono.

 

Salvador Dalì - incontro dell illusione col momento fermo

Salvador Dalì – incontro dell illusione col momento fermo

Il mondo reale che si presenta dinanzi a noi, non è altro che un insieme di cose già date, di dati di fatto che non possiamo più modificare o evitare perché sono già accadute, fanno parte del tempo che è trascorso. Infatti, solo ciò che sta per accadere è suscettibile di modificazioni.

 

La realtà delle cose va accettata perché essa è la nostra vita fino al momento presente.

 

La realtà delle cose va accettata perché essa, è ciò che è, a prescindere da noi stessi.

 

Non dimentichiamo, però, che l’accettazione presuppone anche l’impegno a prestare pazienza.

 

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Giu 14 2015

Relazione tra scelta e razionalità nella timidezza e le altre ansie sociali

 

Benché nella timidezza e in altre ansie sociali, i comportamenti risultano non essere funzionali a una vita sociale soddisfacente, è un errore pensare che un individuo timido, un ansioso sociale in generale, sia una persona che non faccia scelte nelle situazioni ansiogene.

 

L’evitamento, la rinuncia, la fuga, sono – sempre e comunque – il risultato di una decisione e, pertanto una scelta di cui il soggetto è cosciente, anche se spesso non pienamente consapevole.

 

Un processo razionale è quello che utilizza al meglio le informazioni (conoscenze) che si posseggono. Utilizzare al meglio, non implica – necessariamente – il successo dell’azione conseguente.

 

Gino Severini - i giocatori di carte

Gino Severini – i giocatori di carte

Se le informazioni che si posseggono sono falsate, errate, ecc, il processo razionale non può che giungere a conclusioni improduttive.

 

In tal caso, il problema non sta nella logicità del processo razionale, ma nella carenza qualitativa delle informazioni possedute.

 

Ora l’ansioso sociale (timidezza, fobia sociale, disturbo evitante della personalità, ecc) ha, nell’insieme delle sue informazioni possedute (conoscenza), una parte di dati di base (credenze) non confacenti alla realtà, soprattutto quelli che riguardano la definizione del sé e degli altri.

 

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Feb 05 2015

considerazioni fugaci sul nulla e sul pieno

 

 

Roland Barthes definiva quella occidentale, la cultura dei pieni, contrapposta a quella orientale classica chiamata dei vuoti. Chi parla del nulla (vuoti) se non ha cose da fare, parla di ciò che il semiologo francese chiamerebbe “riempitivi”.

Penso che dovremmo imparare a godere di ambedue le condizioni e, in un certo senso, a vedere un pieno anche nel nulla. Il nulla è una dimensione che solo l’uomo poteva concepire.

Il nulla è un’assenza, ma di cosa? Penso che sia assenza di ciò che, individualmente, vorremmo ci fosse o riteniamo debba esserci. Non un’assenza assoluta, ma un’assenza relativa: ai nostri bisogni, necessità, desideri, cognizioni del tempo, della materia e dell’energia (nei suoi vari intendimenti).

 

Tiziana Trezzi – tra…

Per altro verso può anche trattarsi di paura del non essere. Se ritieni di non aver niente da fare, è come se ti sentissi nella condizione di non vivere, di non essere, di non affermarti sia come soggetto sociale, sia come soggetto interagente con lo spazio che ti circonda e con il tempo.

Se adotto questa visione, c’è l’implicazione del rapporto tra tempo e pieno, e tra tempo e vuoto. Anche perché la nostra vita è scandita dal giorno e dalla notte, dal sonno e dalla veglia, e dalla necessità di produrre la nostra sopravvivenza, non solo biologica, ma anche sociale e culturale.

Mentre in tanti stanno a domandarsi quale sia il senso della vita perché, in fondo, la vorrebbero associare necessariamente a qualcosa, io penso che sia quella domanda stessa a non avere senso.

Il senso della vita è la vita stessa.

Tu che ne pensi?

 

 

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Dic 02 2014

Pensieri sciolti sulle dimensioni temporali del mutamento interiore

 

 

Penso sia un errore di fondo tendere a “assolutizzare” concetti e principi. Personalmente ritengo che principi, concetti, idee, non abbiano una validità assoluta, cioè non sono valide o giuste sempre e comunque, ma “a condizione”, a determinate situazioni contingenti, storiche ecc.

 

Così come ritengo che certi principi, benché teoricamente o

Piet Mondrian - evoluzione

Piet Mondrian – evoluzione

emotivamente condivisibili, non siano attuabili o non debbano essere attuati in determinate condizioni. Un esempio fra tutti, la pace: non puoi cercare la pace con chi ha tutta l’intenzione di ucciderti, non puoi scendere a patti con l’isis quando il suo scopo culturale, mentale, politico e militare è di sottomettere il mondo occidentale alla legge della sharia e all’islam arcaico. 

 

A mio parere, il mutamento è una variabile dipendente, ed ha anche diverse dimensioni. Se parliamo dell’uomo, allora direi che le dimensioni possono essere, neuro-temporale, cognitivo-temporale, socio-temporale, percettivo-temporale. Dimensioni che possono anche essere interagenti, ma tali interazioni danno vita ad altre dimensioni: il che sta già a indicare che il tempo delle modificazioni abbia diverse modalità e scale di misura. La scala di misura cognitivo-temporale non è la stessa della percettivo-temporale e non è la stessa della socio-temporale. Cosa voglio dire? Che non puoi far coincidere la velocità della variazione tra diverse dimensioni.

 

La probabilità è un concetto in gran parte statistico. Solo se un evento si è già verificato, posso affermare che tale evento è possibile. E se l’evento si è verificato con una certa frequenza o in una data quantità, posso affermare che esso è probabile. Ma il fatto che un evento è possibile e abbia una determinata probabilità statistica, non significa che si debba necessariamente verificare. D’altra parte i concetti stessi di possibilità e probabilità sono veri a condizione che ci sia anche l’implicazione del non verificarsi. Se tale implicazione non esistesse, non dovremmo parlare di possibilità o di probabilità, ma di certezza.

 

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Nov 18 2014

La gabbia di carta

 

 

Ho sentito o letto questa frase da qualche parte e mi ha colpita. Non immediatamente, però è cominciato quello che chiamo “effetto tarlo”, la frase, l’immagine hanno cominciato a farsi strada dentro di me piano piano, “tomo tomo, quatto quatto” direbbe Totò!

 

Una gabbia di carta: è una prigione che non esiste, una prigione che potremmo distruggere in un attimo e che invece non distruggiamo.

 

Qualche anno fa ho interrotto una relazione abusante che durava da anni, se dovessi tradurre la sensazione che ho provato in quel momento in un’immagine, sarebbe vedersi prigionieri in una gabbia di cui si ha la chiave, un concetto analogo a quello della gabbia di carta.

 

Il riferimento alla carta però ha innescato altri pensieri, molti dei

Livia Albanese - senza titolo - http://livialbanese.blogspot.it/

Livia Albanese – senza titolo – http://livialbanese.blogspot.it/

problemi, al momento attuale, sono legati ai soldi, soldi mi servirebbero per prendere casa, soldi mi servono per portare avanti l’attività serenamente, soldi mi servono per essere più tranquilla etc.

 

Cosa sono i soldi? Carta? Carta colorata di forma peso e qualità predeterminata ma sempre carta, alla fine.

 

Cosa mi chiedono le banche? Decine, centinai migliaia di rettangolari di carta? Equitalia? Idem.

 

In cosa consiste buona parte del mio lavoro? Nel reperire questi foglietti rettangolari di carta!

 

Con cosa pago i conti? Con la carta.

 

Cosa do’ alla cassiera del supermercato in cambio del carrello pieno di leccornie? Carta…

La penuria di questi rettangolari di carta mi (ci) mette ansia, l’abbondanza mi (ci) mette gioia…

 

Da cosa dipendono la vita e la sopravvivenza di molti? Da questa carta…

 

Improvvisamente ho colto l’assurdità di tutto ciò, un mondo (il mio) governato dalla carta, sto in ansia durante la giornata chiedendomi “riuscirò oggi a raccogliere il numero necessario di rettangolini di carta?”

 

Tutto questo non vuole essere una riflessione filosofica, politica o un momento di pessimismo, e sai perché? Perché ha generato in me una grande tranquillità e leggerezza, è venuta meno la tensione, giochiamo tutti con la carta, come giocare con le figurine. E’ come se avessi scorto un tesoro meraviglioso, tesoro che però è sotto gli occhi di tutti, basta adottare la giusta prospettiva.

 

Quello che trovo singolare è il modo in cui ciò è avvenuto, di solito le mie variazioni di schemi seguono un iter logico, un filo, qui è stato come se venisse acceso il fuoco accanto al ghiaccio, il ghiaccio inevitabilmente comincia a sciogliersi. Il ghiaccio sono l’ansia, la preoccupazione e l’attaccamento.

 

 

 

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